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lunedì 17 novembre 2014
Architettura Open Source
Lo studio dà i suoi frutti!
Architettura Open Source, by arch. ANDREA ROSADA, Torino, Italy
andrearosada[at]yahoo[dot]it
PhD Thesis in Architecture and Building Design Presented at Politecnico di Torino the 21st of March 2014
Free download at http://porto.polito.it/2541090/
Licensed Creative Commons Attribution Share Alike
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architettura open source,
open source architecture,
OSArc
Architecture for human beings by Andrea Rosada is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported License.
martedì 20 settembre 2011
OSArc?
Avevo promesso che avrei continuato l'articolo precedente. Bhè, la continuazione è questa. E' un'articolo dai toni ben più seriosi del solito... ma non noioso, o almeno non credo...
Le pratiche
collaborative sviluppatesi su prevalentemente su internet nell'ultimo decennio
stanno entrando prepotentemente in molti ambiti dell'attività umana. La
produzione, l'uso e il riciclo dei beni sono radicalmente cambiati (e cambiano
e cambieranno inesorabilmente) e con essi è anche enormemente aumentato il
flusso a la quantità di informazioni cui ciascun individuo (o forse sarebbe
meglio dire “utente finale")
può accedere.
L'ambiente costruito
non è immune a questi cambiamenti. Esempi come Milano per scelta
(la piattaforma digitale sviluppata da Urban Center Milano e Interaction Design
Lab per la redazione del Piano di Governo del Territorio della città di Milano)
o Noi L’Aquila
(progetto di conservazione della memoria storica del capoluogo abruzzese post
sisma 2009 ideato dall'architetto Barnaby Gunning e attualmente supportato da
UnivAQ e Google) rappresentano bene non solo l'interazione tra tecnologie
digitali e ambiente costruito, ma anche la straordinaria capacità inclusiva e
partecipativa che le pratiche sviluppatesi in rete mettono in atto.
Open Source Architecture: che cosè?
Anche architettura e
urbanistica non sono immuni al fascino e alla potenza della rete. La
presentazione del progetto Opensimsim
alla XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia nel 2010 (e il
successivo worksprint di giugno 2011 denominato OpenJapan), il concorso OpenSource House
del 2010 e l’attività dell’Open Architecture Network
sono state le prime avvisaglie di un dibattito che stava nascendo (Small Scale,Big Changes,
mostra tenutasi al MOMA nel 2011, è forse il primo momento di sintesi sugli
effetti della rete sulla pratica architettonica).
L'editoriale introduttivo
apparso sul numero 948 di Domus sembra essere il primo tentativo di individuare
e descrivere il nascente fenomeno. Utilizzando la definizione di Open Source
Architecture (OSArc) il gruppo di autori ci introduce all'interno del nuovo
fenomeno prodotto dal binomio internet/architettura, stilandone una definizione
e individuando sei principali ambiti di azione[1].
Questa sorta di “manifesto per un'architettura del nuovo millennio” (sempre che
riesca ad essere attuale ed esaustivo per un intero millennio) tenta di riunire
svariati fenomeni e tendenze architettoniche ed urbane sotto la sigla OSArc.
Ma se dal punto di
vista comunicativo il nome scelto appare più che soddisfacente (ed anche
piuttosto affascinante) dal punto di vista “scientifico” la situazione è
tutt'altro che chiara. L’open source è una pratica di sviluppo - principalmente
legata allo sviluppo del software, ma non solo - che ha un funzionamento
preciso e rodato (l’open source è anche un business). La definizione di OSArc
ha poco a che fare con le pratiche propriamente Open Source, è probabilmente
una definizione sbagliata, ma ha il vantaggio di comunicare chiaramente che con
molta probabilità si inseriranno (già si inseriscono) all'interno del processo
edilizio pratiche nuove (e non solo, anche nuovi attori sociali, nuovi
stakeholder etc..) con cui il progettista dovrà necessariamente fare i conti.
Sarebbe dunque più
corretto parlare di architettura nell'era digitale[2]
e magari riferirsi all’Open Source Architecture quando (e se) abbiamo
intenzione di trasferire un metodo di sviluppo che ha già dato prova della sua
efficacia in altri ambiti all'interno del processo edilizio.
Ma l’architettura open
source è necessaria?
“La straordinaria portata della rivoluzione informatica deve potersi
espletare anche nello spazio reale, ma è necessario che ciò avvenga sviluppando
nuove e intelligenti forme di collaborazione, capaci di rendere l’interazione
un valore aggiuntivo e non sostitutivo.”
Ad oggi più della metà
degli abitanti della terra vive nelle città e gran parte delle abitazioni del
mondo non sono state progettate o costruite da architetti o da altri
professionisti del settore (si stima che il 37% della popolazione urbana del
pianeta viva in condizioni altamente disagiate, si parla dunque di circa un
miliardo e trecentomila persone). Ci troviamo di fronte a una richiesta enorme
cui è necessario far fronte sviluppando soluzioni economiche, innovative e
sostenibili.
Dagli indignados spagnoli alle rivolte arabe
fino al recente referendum svoltosi in Italia si è manifestato un rinnovato
impegno civile e una radicale critica al sistema attuale, il tutto trainato
dalla massiccia diffusione di internet e del web 2.0. I dati riguardo alla
diffusione di internet sono contraddittori, ma i segnali attuali spingono a
credere che internet sarà sempre più diffuso, anche nei paesi del cosiddetto
terzo mondo.
L’epigrafe di De
Matteis invita a sviluppare nuove e intelligenti forme di collaborazione, ma
forse ancora più intelligente è sfruttare quelle che già sono presenti in altri
ambiti della produzione e trasportarle all’interno della nostra disciplina,
adattandole ai nostri scopi.
Open source e
architettura
Ripartire dal
significato stesso delle parole open source non può che essere d’aiuto: open, ovvero aperto, disponibile a tutti
e source, sorgente, per quanto
riguarda il software si intende il codice sorgente, da cui scaturisce il
programma eseguibile. Se lo scopo dell’Open Source Architecture è quello di
aprirsi (a nuovi soggetti, a nuove professionalità, a soggetti che prima erano
esclusi dal processo progettuale etc..) è necessario però stabilire a monte la
sorgente, che nel caso dell’architettura può essere molteplice. È possibile
infatti aprire differenti fasi del progetto, dal finanziamento fino all’uso che
viene fatto di un edificio, includendo quindi utenti con interessi e esperienze
anche molto differenti. Esempi come il crowdfunding
o l’incremental housing
illustrano bene come sia possibile aprire
due differenti fasi del processo edilizio (il finanziamento e l’uso). Ma la
vera difficoltà si manifesta nel momento in cui si decide di aprire una
sorgente progettuale, ovvero nel momento in cui si decide che non sarà più
solamente il progettista a gestire il processo progettuale ma a quest’ultimo si
potranno aggiungere molti altri soggetti (professionisti, appassionati, utenti
finali, potenziali utenti finali e molti altri ancora) e soprattutto la
difficoltà si presenta nel momento in cui si vuole creare un’entità progettuale
che possa essere continuamente ripresa, trasformata, arricchita e adattata ai
propri scopi da chiunque ne abbia necessità. Si tratta dunque di stabilire un
modello di sviluppo progettuale di tipo collaborativo che abbia come obbiettivo
la produzione di una identità progettuale continuamente disponibile, implementabile
e utilizzabile, cioè che si possa tradurre in qualcosa di reale[3].
Gli esperimenti di
questi genere non molti, uno di questi potrebbe essere il workshop OpenJapan,
organizzato dal gruppo Opensimsim, che ha tentato di strutturare un processo
creativo di tipo collaborativo utilizzando una piattaforma di scambio online.
Dal workshop, che non è riuscito pienamente a produrre i risultati attesi, si
sono potuti estrapolare alcuni punti di cui bisognerà tener conto nel momento in cui si vorrà
strutturare un modello di sviluppo progettuale di tipo collaborativo.
Elencandoli
brevemente: l’oggetto del processo (espresso in modo chiaro e semplice, una
sorta di programma[4]),
il funzionamento e gli strumenti del processo (regole e strumenti che devono
garantire la necessaria apertura),
gli attori (quali e quanti, che linguaggio usa ciascun attore, come si
rapportano gli attori tra di loro) e gli obbiettivi finali (un processo
innescato per scopi didattici sarà diverso da uno proposto per scopi umanitari,
etc…)
Per quanto riguarda il
funzionamento alcuni elementi interessanti ci possono essere suggeriti da modelli
collaborativi che già esistono (pensiamo all’Open Space Technology)
favoriti dalla comunicazione attraverso la rete (che permette di trasferire
grandi quantità di informazioni - e quindi conoscenza - in breve tempo e
superando grandi distanze). La costituzione di standard comuni (ad esempio Openstructures)
faciliterà la collaborazione collettiva attraverso le reti e permetterà una
trasmissione di dati più snella mentre la prototipazione rapida (Fablab
e RepRap)
faciliterà l’autocostruzione e metterà la maggior parte degli utenti nelle
condizioni di realizzare da sè i necessari elementi costruttivi.
Architettura open
source some utopia realizzabile
Parafrasando Yona
Friedman[5],
sembra che le sua teoria assiomatica circa le utopie realizzabili sia
soddisfatta:
1 le utopie nascono da un'insoddisfazione collettiva (vogliamo
pensare che un miliardo e trecentomila persone che vivono in condizioni di vita
siano insoddisfatte);
2 le utopie possono nascere solo se esiste un rimedio noto (una
tecnica o un diverso comportamento), suscettibile di por fine a tale
insoddisfazione (l’architettura open source potrebbe svolgere il ruolo di diverso
comportamento o approccio al progetto);
3 un’utopia può diventare realizzabile solo se ottiene un consenso
collettivo (in questo caso la rete darà il suo responso).
La realizzazione di
tale utopia dipenderà molto dalla ricerca che verrà fatta su di essa, ma molto
anche dipenderà dal ruolo che gli architetti decideranno di avere in futuro, se
quello di architetto-demiurgo che ha caratterizzato il secolo scorso e sembra
caratterizzare a anche quello corrente o se invece preferiranno ricoprire ruoli
meno archistar-oriented ma più
impegnati (e forse impegnativi): quasi un ruolo di facilitatore in un processo
di trasformazione e evoluzione dell’ambiente costruito quasi non-autocosciente[6].
[1] “L'architettura open source rivoluziona ogni
fase del processo edilizio tradizionale, dalla preparazione delle direttive di
progetto alla demolizione e dalla programmazione al recupero e riuso,
includendo i seguenti elementi: finanziamento, partecipazione, standard,
progettazione, costruzione e uso.”
[2] Antoine Picon, Digital culture in
architecture : an introduction for the design professions, Birkhäuser 2010,
[3] “L'utopia è necessariamente il risultato
di un'invenzione collettiva, perché è destinata a subire trasformazioni
continue, e di miniapporti individuali…” Yona Friedman, Utopie Realizzabili, Quodlibet 2003,
pag.23
[4]
Christopher Alexander, Note sulla sintesi
della forma, Il saggiatore 1967, parte seconda
[5]
Yona Friedman, cit, pag. 20
[6]
Christopher Alexander, cit., Il
saggiatore 1967, parte prima
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giovedì 6 gennaio 2011
Open source architecture: a question mark
L’open source è un processo produttivo e di sviluppo che promuove l’accesso alla sorgente del prodotto finale, al fine di migliorarlo e di adattarlo alle proprie esigenze. Basato sulla collaborazione e sulla condivisione di saperi tra diversi utenti, l’open source si è affermato nel campo del software e dell’hardware, ma esistono applicazioni analoghe in molti altri campi. Esiste una possibilità di applicazione del concetto di open source nel campo dell’architettura? e se sesiste, attraverso quali modalità si può attuare? L’obiettivo di questo post è di capire ciò che si potrebbe intendere per architettura open source e presentare alcuni esempi di studi eccellenti che fanno al caso nostro
Piccola introduzione: questo argomento qua non si può evadere in un solo post, infatti questo post qua dovrebbe diventare la continuazione del terzo post che però era scapestrato allora chissà che non si riesca a raddrizzare il discorso e ad aggiustare la mira... se non ci riesco, amen, se non sono chiaro, ri-amen..
Piccola premessa: Viviamo strani giorni
Piccola introduzione: questo argomento qua non si può evadere in un solo post, infatti questo post qua dovrebbe diventare la continuazione del terzo post che però era scapestrato allora chissà che non si riesca a raddrizzare il discorso e ad aggiustare la mira... se non ci riesco, amen, se non sono chiaro, ri-amen..
Piccola premessa: Viviamo strani giorni
Alla soglia del terzo millennio ci si accorge che più della metà della popolazione mondiale vive in una metropoli e di questa metà circa il 30% vive in uno slum (o baraccopoli per noiartri). Il problema non è tanto di numeri e proporzioni (grandi città = grandi problemi?), quanto piuttosto un problema umanitario (direi che non è esagerato definirlo tale): la città non è molto spesso in grado di garantire benessere a tutti i suoi abitanti, se si parla di metropoli o megalopoli questo è un fatto quasi certo. Volendo trovare delle cause di tutto ciò possiamo sintetizzare dicendo che dalla fine del XVII secolo in poi si è assistito ad un lento e progressivo spostamento della popolazione dalla città verso la campagna (e non viceversa) dovuto a fenomeni politici sociali ed economici diversi che potremmo riassumere nel grosso calderone della rivoluzione industriale e dello sviluppo capitalistico. Effetto di questo spostamento (dicesi inurbamento che rispetto al ciclo di vita di una città è stato un fenomeno piuttosto repentino, con alcuni picchi, pensiamo solo all’inurbamento delle città italiane dal boom economico in poi) è che la città si è trasformata da un luogo equilibrato sotto diversi aspetti ed in generale in un certo grado di sintonia con l’ambiente esterno (quello al di fuori delle mura, per intenderci) in un luogo generalmente insostenibile ed in casi particolari in un luogo sovraffollato, insalubre, pericoloso, ghettizzante, alienante, povero e così via....
Dunque l’istituzione città, dopo anni di onorato servizio, non riesce a stare dietro all’avanzante modernità ed alle sue istanze e si trova quindi in una crisi cruciale che mina la sua stessa esistenza ed il corretto svolgimento delle sue funzioni.
Don’t panic
Che problema c’è? Riconosciuta l’esistenza del problema basta trovare delle soluzioni ed il gioco è fatto. Senonché le soluzioni proposte sono parecchie, tendenzialmente discordanti e difficilmente verificabili. Io penso che la questione sia questa: bisogna risolvere il problema abitativo di milioni di persone che vivono nelle città in maniera che definire non decorosa è eufemistico. La soluzione potrebbe essere riassunta in questi termini: se una persona qualunque avesse un problema legato al suo habitat e se questo habitat corrispondesse alla città, sarebbe molto comodo poter risolvere il suddetto problema senza spendere molte risorse, basandosi sull'esperienza di altri che hanno avuto lo stesso problema ma giungendo ad una soluzione costumizzata (e non copiata e standardizzata, rischiando l'effetto banliue per intenderci) che soddisfa le necessità ed è facilmente fruibile (il tutto nell'ottica della sostenibilità urbana, of course). Facile no? Dare una base solida a chiunque abbia bisogno di una abitazione lasciando che sia egli stesso a svilupparla secondo le sue necessità, minimizzando i costi per la collettività ed aumentando i benefici in termini di soddisfacimento e benessere della soluzione finale. Molto interessante ed utopica come idea, potenzialmente ingovernabile nella sua realizzazione (per come l'ho descritta la si può anche immaginare come una enorme periferia americana sprawlizzata e tristanzuola piuttosto che un modello dinamico, efficiente, economico e sostenibile...)
Architettura Open Source: questa sconosciuta
Quindi: quali soluzioni pratiche (sostenibili e perfette sotto ogni punto di vista, come Mary Poppins) abbiamo per le mani nel mondo dell'edilizia e dell'urbanistica (mondi strettamente legati alle problematiche urbane)? E soprattutto quale approccio può essere adatto a diversi tipi di habitat urbano (e non solo)? Se siete dei buoni detective, la risposta la immaginate già... ma ovviamente l'architettura open source!
Procediamo però per gradi. Si è detto che esiste un modello di sviluppo di varie entità (io ho presente software e hardware, ma potrebbero essercene altre) definito come “open source” che si basa su istanze semplici, economiche, per lo più sostenibili e che permette di soddisfare parecchie necessità, anche le più disparate (se parliamo di software: sistemi operativi, giochi, browser, programmi di grafica, programmi per ufficio etc etc; se parliamo di harware: hardware per computer tipo arduino, open pc, ma anche protesi e altri esempi che non so ma di sicuro ci sono). Questo modello di sviluppo è basato sull'individuazione di una sorgente e sullo sviluppo della stessa secondo le necessità degli utenti, sviluppo che si basa principalmente sulla condivisione e sulla partecipazione. Questo modello risulta essere nel mondo del software particolarmente fortunato ed efficace. La domanda che mi pongo è la seguente: è possibile trasferire il modello di sviluppo open source alla città e nel particolare all'edilizia? Se sì, quali sono gli elementi più importanti da prendere in considerazione, come si procede nella sua strutturazione, come si può controllare il processo di sviluppo al fine di evitare dannose aberrazioni?
Poniamo che la risposta alla prima domanda sia sì, e che questa sia una buona notizia: un modello funzionante che ha diversi campi di applicazioni può risultare efficace anche in un campo come l'architettura. Qualcuno si chiederà: “Che necessità c'è, non basta ciò che già abbiamo?” Probabilmente basta (secondo me no), ma il modello open source, essendo basato sulla condivisione (e sul passaparola) è un modello che si può affermare velocemente e magari può risolvere problemi su larga scala (e lo ha dimostrato nel campo del software).
Passiamo alla seconda domanda, di cui non ho una risposta. Ma non ce n'è bisogno, perché già esistono alcuni fulgidi esempi che possono fare al caso nostro, tra cui:
-il linguaggio dei pattern (a pattern language);
-gli edifici residenziali aperti (residential open buildings);
-le utopie urbane (yona friedman in primis ma anche altri);
-le occupazioni di vario genere (hausprojekt, cortiço e lotte per la casa in genere);
-abitazioni informali di vario genere e titolo (slums, favelas, bidonville, campi nomadi etc);
-l’incremental housing;
-sistemi costruttivi di vario tipo (che permettano una certa flessibilità ed una certa facilità di realizzazione e posa in opera, in generale penso ai sistemi di autocostruzione);
-chi più ne ha più ne metta;
Adesso vediamo brevemente di cosa si tratta e perché questi esempi possono essere considerati pienamente (o anche parzialmente) esempi di applicazione del modello open source in architettura (la descrizione che segue non è affatto esaustiva, penso che in futuro ci saranno dei post specifici corredati da immagini che si occuperanno di approfondire le varie questioni sopra elencate):
Il linguaggio dei pattern (a pattern language)
Direttamente dalle ricerche del prof. Arch. Christopher Alexander il linguaggio dei pattern (A pattern language, 1977), ovvero un simpatico compendio di elementi (pattern) che uniti secondo necessità possono portare alla soluzione di problemi di ordine urbano ed architettonico, l'esempio pratico è ben esposto in The production of houses, 1985 sempre a firma del sopracitato Alexander, che illustra molto bene l'uso dei pattern, la componente partecipativa (necessaria allo sviluppo del progetto open) e la componente costruttiva (relativa ad un sistema di autocostruzione)
Gli edifici residenziali aperti (residential open buildings)
Gli edifici residenziali aperti (residential open buildings)
Legati perlopiù all'Open Building Movement, si basano sugli studi del professor N. John Habraken (a partire da Supports, an alternative to mass housing, 1962) nei quali viene proposta una sostanziale divisione tra “supporto” o infrastruttura, opera del progettista, ed equpaggiamento interno di un edificio residenziale, lasciato perlopiù all'iniziativa dell'utente finale.
Utopie urbane (Yona Friedman & friends)
Utopie urbane (Yona Friedman & friends)
Qua mi trovo su un terreno non facile e che conosco anche poco.... Meglio! Ci sarà un sacco di roba da imparare! Principi di autopianificazione ma sopratutto considerazioni circa il ruolo della architetto... da studiare meglio, mi rimando a settembre da solo.
Le occupazioni di vario genere (hausprojekt, cortiço e lotte per la casa in genere)
Le occupazioni di vario genere (hausprojekt, cortiço e lotte per la casa in genere)
Edifici occupati dai loro abitanti, tendenzialmente sovraffolati, che svolgono la funzione di residenza senza essere stati pensati per esserlo. Vi sono tantissime tipologie diverse, dai centri sociali occupati (ed anche qui vi sono differenti tipologie) ai cortiço agli edifici pubblici occupati da famglie senza casa o da persone senza fissa dimora. L’edificio perde le sue funzioni originarie e si riduce a semplice involucro ospitando di volta in volta persone e funzioni differenti, che contribuiscono alla trasformazione stessa dell’edificio.
Incremental housing
Ovvero l’abitazione evolvibile (che non so neanche se è una parola che esiste, diciamo allora abitazione che si può evolvere), da una base, un nucleo (o un embrione, chiamatelo come volete) di abitazione iniziale, necessario a soddisfare i bisogni abitativi più stringenti, si può sviluppare un’abitazione completa e degna. Semplice no? Si tratta di un edificio (o insieme di edifici) in stato embrionale, di cui è già progettata la loro evoluzione planivolumetrica. Se questo incremento in termini di sagoma e tipologia è pressoché definito non lo è in termini di finiture e affini.
La spiegazione ha più successo se accompagnata dai seguenti links:
spiegazione in english
incremental housing in chile by elemental
incremental housing in India
Sistemi costruttivi di vario tipo, genere e grado
La terra cruda ad esempio, in alcune arti del mondo può essere un materiale da costruzione a basso costo che non necessita di tecnologie particolari e nemmeno di brevetti... le costruzioni con materiali locali in genere, oppure sistemi costruttivi modulari di semplice realizzazione, materiali ibridi... è un discorso un po’ ampio e che concerne molto la tecnologia dell’architettura....
Sconclusioni
Ok, la panoramica generale è stata fatta, qua c'è materiale per una vita di studi, nel prossimo numero si tenta di avvicinarsi al nocciolo della questione, speriamo di riuscirci!
La spiegazione ha più successo se accompagnata dai seguenti links:
spiegazione in english
incremental housing in chile by elemental
incremental housing in India
Sistemi costruttivi di vario tipo, genere e grado
La terra cruda ad esempio, in alcune arti del mondo può essere un materiale da costruzione a basso costo che non necessita di tecnologie particolari e nemmeno di brevetti... le costruzioni con materiali locali in genere, oppure sistemi costruttivi modulari di semplice realizzazione, materiali ibridi... è un discorso un po’ ampio e che concerne molto la tecnologia dell’architettura....
Sconclusioni
Ok, la panoramica generale è stata fatta, qua c'è materiale per una vita di studi, nel prossimo numero si tenta di avvicinarsi al nocciolo della questione, speriamo di riuscirci!
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